INFISSA : Le donne, per sentirsi più forti, stanno iniziando a vestirsi da uomini?
Nasce INFISSA.
Biottine Buon giorno.
Buon lunedì, oggi una nuova rubrica, INFISSA in cui parleremo di moda, capelli, tendenze e costume.
Di cose apparentemente leggere e, qualche volta, di cose decisamente meno leggere che ci tengono INFISSA per l’intera settimana.
Perché sono convinta che anche un vestito, un taglio di capelli o quello che accade su un red carpet possano raccontare molto più di quello che vediamo.
Il filo conduttore sarà sempre lo stesso:
il mio spirito critico, un pizzico di ironia e quella brutta abitudine di farmi domande anche quando potrei semplicemente guardare.
Non aspettatevi quindi pagelle ai look, “promossa o bocciata” o classifiche del vestito più bello.
Mi interessa quello che c’è dietro.
Spero che INFISSA diventi un piccolo appuntamento, che vi faccia venire voglia di leggere, commentare, essere d’accordo con me — ma soprattutto essere in disaccordo.
E non potevamo che iniziare da uno dei luoghi in cui immagine, moda, cinema e società si incontrano continuamente:
il Festival di Venezia.
Perché quest’anno, guardando quel red carpet, mi sono fissata su una cosa.
E da lì è partita una domanda.
Le donne, per sentirsi più forti, stanno iniziando a vestirsi da uomini?
Ho guardato a lungo il red carpet di questa edizione di Venezia e una cosa che ho notato nella stragrande maggioranza dei carpet, questo desiderio delle donne di essere uomini.
In molte interviste si leggeva di come questi look le facesse sentire bene.
Valentina Cabassi Kasia Smutniak, ma anche Alessia Colona,
Natalia Paragoni, Martina Lucchetta
Guardavo il red carpet di Venezia e continuavo a vedere la stessa immagine.
Pantaloni sartoriali.
Camicie.
Cravatte.
Smoking.
Giacche oversize.
Spalle larghe.
Corpi nascosti.
Donne vestite con quelli che, almeno storicamente, abbiamo sempre considerato i codici dell’abbigliamento maschile.
E mentre guardavo quelle immagini, nei giornali ce n’erano altre di notizi .
Come quella di Lorena Isceri.
Il 3 settembre sarebbe stata aggredita dall’ex fidanzato, immobilizzata, chiusa nel bagagliaio dell’auto e poi gettata nel vuoto.
Ma prima di lei Paola Siri, Tania Terrin, Ornella Forastefano, Michela, Carmela…
nomi diveri, età diverse, città diverse.
E mentre guardavo altre donne sfilare sul red carpet mi è venuta in mente una domanda scomoda:
e se le donne, per proteggersi, avessero imparato anche simbolicamente a diventare un po’ uomini?
Non nel senso letterale.
E nemmeno perché un pantalone appartenga agli uomini e una gonna alle donne.
Ma perché i vestiti hanno una memoria.
Per secoli il corpo maschile è stato vestito per occupare lo spazio.
Quello femminile per essere guardato.
L’uomo aveva la giacca, le spalle, il pantalone, la divisa, l’autorità.
La donna aveva la scollatura, la vita segnata, il tacco, la pelle.
Uno doveva apparire potente.
L’altra desiderabile.
Oggi le donne hanno conquistato spazi che per secoli erano stati maschili.
Ma forse, insieme a quegli spazi, abbiamo ereditato anche le loro uniformi.
E c’è qualcosa che mi inquieta in questa coincidenza.
Perché mentre la moda celebra una donna sempre più coperta, strutturata, androgina, indipendente, la cronaca continua a raccontarci donne che vengono uccise proprio quando provano a fare la cosa più semplice e rivoluzionaria di tutte
andarsene.
Dire no.
Finire una relazione.
Smettere di appartenere a qualcuno.
Forse allora quella giacca enorme non è soltanto moda.
Forse, almeno simbolicamente, è anche un’armatura.
Perché essere donna significa ancora imparare una quantità impressionante di strategie di protezione.
Mandare la posizione quando torniamo a casa.
Guardare chi cammina dietro di noi.
Tenere le chiavi in mano.
Cambiare marciapiede.
Dire a un’amica con chi siamo.
Essere gentili anche quando vorremmo dire no, perché qualche volta abbiamo più paura della reazione a quel no che della situazione stessa.
E persino quando decidiamo di lasciare qualcuno, siamo costrette a domandarci:
come reagirà?
È questa la parte che dovrebbe sconvolgerci.
Non che le donne indossino i pantaloni.
Ma che nel 2026 essere completamente libere di essere donne continui, in alcuni contesti, a comportare un rischio.
E allora forse abbiamo imparato a indossare simbolicamente ciò che per secoli ha rappresentato l’invulnerabilità.
Spalle più grandi.
Linee più rigide.
Corpi meno esposti.
Scarpe con cui poter camminare.
Abiti che non chiedono di essere desiderati.
Quasi a dire:
non guardarmi come un corpo.
Guardami come una persona.
Ma attenzione.
La soluzione non può essere diventare più uomini.
Non possiamo chiedere alle donne di coprirsi, indurirsi, cambiare strada, scegliere meglio, riconoscere prima, scappare prima.
Non possiamo costruire un mondo nel quale la libertà femminile dipenda dalla capacità delle donne di proteggersi dagli uomini.
Perché il problema non è mai stato il vestito.
E l’armatura non dovrebbe servirci.
Forse, allora, il vero significato di quelle donne in smoking sul red carpet non è che vogliamo diventare uomini.
Forse è che abbiamo preso l’uniforme che per secoli ha rappresentato il potere e abbiamo deciso che poteva appartenere anche a noi.
Ma la vera rivoluzione arriverà un giorno dopo.
Quando una donna potrà essere potente anche completamente disarmata.
In smoking o in minigonna.
Coperta o nuda.
Fragile o fortissima.
Gentile o arrabbiata.
Innamorata oppure decisa ad andarsene.
Senza che nessuna di queste scelte possa trasformarsi in una condanna.
Perché una donna non dovrebbe avere bisogno di assomigliare a un uomo per sentirsi al sicuro.
Dovrebbe poter essere donna senza dover avere paura.
FedeInArmo

